Il capitale intellettuale

Il valore dell'impresa è dato dalla sua capacità di generare redditi in futuro.

Gli assets aziendali

I valori economici di una qualsiasi impresa o persona, il patrimonio o gli assets come vengono definiti oggi hanno subito nel tempo profonde modificazioni.

Fino alla fine dell'800 il patrimonio o la ricchezza venivano misurati in quantità di terra: più terreni si possedevano, più erano vasti e produttivi, più un soggetto era ricco. La rivoluzione industriale ha cambiato questo indicatore che con il tempo, si è spostato sul fattore capitale. Più capitali si avevano, più si riusciva a organizzarli in attività produttive, più si era ricchi.

Successivamente, le guerre, le crisi economiche, gli ampliamenti dei mercati, hanno dato vita ad una forma diversa di patrimonio: la finanza. La capacità cioè di muovere capitali da una parte all'altra del mondo, di finanziare ora un'impresa ora una diversa, di inventare strumenti per questo meccanismo finanziario fino a che questo fenomeno si è completamente staccato dall'economia reale assumendo vita autonoma. La ricchezza quindi derivata dalla capacità di "cavalcare" strumenti finanziari sui mercati mondiali.

È chiaro che questa forma di "patrimonializzazione" si è rapidamente ridimensionata a favore di un'altra forma di ricchezza: l'informazione. Alla base di qualsiasi processo, alla base di qualsiasi operazione finanaziaria infatti c'è l'informazione, la capacità di raccogliere e utilizzare dati e conoscenze, di valutarle di organizzarle in un know-how riconoscibile che diventa il vero patrimonio dell'impresa.

In questa ottica, non solo la finanza ma anche gli impianti, gli stabilimenti, le materie prime assumono valori meno importanti per l'impresa.

Se poi consideriamo le nuove forme di organizzazione imprenditoriale come ad esempio decentramento, terziarizzazione, outsourcing, segmentazione del processo ecc., scopriamo che gli assets tradizionali sono stati sì importanti per arrivare fino ad oggi ma non danno nessuna garanzia per i redditi futuri o, addirittura, per la stessa sopravvivenza dell'impresa.

È evidente quindi che la ricchezza dell'azienda non è rappresentata dai beni ma da tutta una serie di fattori particolari… "intangibili" che opportunamente relazionati fra loro ed integrati sul mercato sono capaci di generare ricchezza.  Anzi, non solo ricchezza poiché questa, a seconda dell'epoca in cui si esamina, viene attribuita a fattori diversi, ma benessere, una situazione non solo fisica ma anche psichica e spirituale, non solo dell'imprenditore ma anche dell'impresa e quindi dipendenti, clienti, fornitori, consumatori, ecc. In una parola sola: gli STAKEHOLDERS, tutti coloro cioè che, a diverso titolo hanno un qualsiasi interesse al positivo andamento dell'impresa.

Volendo esaminare più da vicino i nuovi assets dell'impresa ci accorgiamo che questi sono praticamente tutti intangibili e sono riconducibili a tre macrocategorie e cioè:

  • Know-how
  • Strategie dell'impresa
  • Relazioni sul mercato

Queste singole voci però rappresentano un'insieme di attività complesse. A titolo di esemplificazione diciamo che sotto il know-how troviamo le informazioni e la loro gestione, le competenze, le tecnologie informatiche.

Con strategie si indicano in primo luogo i progetti futuri dell'impresa ma anche un'energia, una cultura dell'innovazione, una leadership e competenza etica.

Mentre invece nelle relazioni con il mercato troviamo la corporate identity, l'immagine, il customer satisfaction e la loyalty, una capacità di apprendere e sviluppare, un'accettazione delle diversità, ecc.

 

In estrema sintesi il prodotto di tutto questo è identificabile in un unico concetto: LA CULTURA AZIENDALE.

Le persone

Chi può essere il "motore" e il gestore della cultura aziendale e degli assets che la costituiscono se non le risorse umane.

È nelle persone che sono radicate le competenze, le capacità, le informazioni che, organizzate da un imprenditore, messe in relazione con il mercato e identificate in un sistema oggettivo, costituiscono la ricchezza dell'impresa che genera benessere per l'impresa e per l'intera collettività.

Va focalizzata quindi l'attenzione sulle risorse umane e sulla loro corretta gestione; è necessario quindi costituire un "luogo" dove si possano identificare le persone con le relative competenze, mapparle, creare un percorso formativo di crescita dove, un costante monitoraggio identifichi le competenze mano a mano che si formano, le metta a disposizione del ciclo produttivo e da questo accolga le richieste delle competenze che serviranno all'impresa del futuro.

Questo "luogo", o meglio questo sistema deve essere anche in grado di creare, mantenere e istruire relazioni fra le persone, fra i gruppi, con l'impresa e con il mercato per costruire la base portante degli intangible assets. Questi assets, oggettivizzati in un sistema, misurati, condivisi, costantemente utilizzati e implementati, non saranno più così "intagibili" ma produrranno benessere.

Il nuovo modello d'impresa

L'anno 2000 è stato l'anno migliore dal dopoguerra. Gli anni successivi sono stati investiti dalla peggiore crisi del dopoguerra. È evidente che questa scossa non consentirà più gli equilibri di prima. È altrettanto evidente che la New Economy, decollata o no, cambierà profondamente il modo di fare impresa. È quindi necessario un nuovo modello… ma quale?

Non esiste ad oggi un modello teorico che dia sufficienti garanzie di affidabilità perché, come dice il saggio, tutto è chiaro tranne il futuro. Ricorriamo quindi ad una metafora per superare l'impasse.

Chiacchierando nei corridoi a margine di un convegno ho ascoltato questo aneddoto che potrebbe indicare una via da percorrere per creare la "nuova impresa" che produca quello che oggi necessita: benessere.

 

 

Osserviamo un albero con la sua complessità: il tronco, le foglie, i fiori, i frutti… ma non solo, il terreno, il sole, l'aria, le api… perché anche queste fanno parte dell'economia dell'albero.

Per capire l'albero è necessario capire la sua filosofia e quindi è necessario segmentare le singole parti per capirle: la filosofia delle foglie, del fiore, del frutto e anche dell'ape. Immediatamente si nota che l'intero processo di vita dall'albero (la sua filosofia) è fondato sulla relazione tra il fiore e l'ape. Ape, sulla quale l'albero non ha alcun dominio, che col suo raccogliere nettare impollina i fiori che così genereranno frutti e a loro volta nuovi alberi.

Il frutto - prodotto per antonomasia - non è il "prodotto" cioè non è vitale per l'albero, per l'albero è vitale l'impollinazione che consente la riproduzione. Il frutto è solo un sottoprodotto che serve a iniziare di nuovo il "processo produttivo" dell'albero.

Se si vede l'albero come un'impresa e l'ape come il cliente, è evidente che l'impresa si regge esclusivamente sulla relazione fra queste due entità. È da questa che scaturisce il frutto, il miele, le foglie per il terreno, l'ombra per il viandante, il legname… insomma, il benessere per l'intera collettività.

È un intangible asset? Mah! È un asset governato esclusivamente dalle capacità e dalle relazioni delle persone.

Gianluca Puccinelli

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